“Namo”, fece il napoletano. Il Riccetto era ingranato, presero il tram, scesero al Ponte Bianco, e con quattro passi furono a Donna Olimpia. La madre del Riccetto, seduta in mezzo all’unica stanza che formava la sua casa, con quattro letti agli angoli delle pareti, che non erano nemmeno pareti ma tramezzi, guardò i due e fece: “Chi è questo?” “N’amico mio”, rispose secco il Riccetto, senza filarla per niente, tutto autoritario. Ma siccome lei continuava a star lì a rompere il c…, e era un’impicciona che non finiva mai, il Riccetto guardò nella stanza successiva, ch’era quella dove stava Agnolo con la sua famiglia, se non c’era nessuno dei grossi. Difatti c’erano solo due o tre dei più piccoletti che facevano la lagna, con il moccio sotto il naso. Lui e il napoletano andarono di là, e si misero a sedere sul letto di Agnolo e dei fratelli piccoli, che dormivano da piedi, accomodandosi sulla coperta tutta bruciacchiata dal ferro da stiro. Il napoletano cominciò la lezione: “Noi siamo in cinque”, fece, “uno fa la cartina e gli altri se mettono intorno facendo finta di essere dei passanti. Io, mettiamo, sono quello che fa la cartina e comincio il gioco, e i compari, mettendosi intorno all’ombrello, formano il treppio. La gente comincia ad accostarsi e a quel punto un compare si toglie per aprire il treppio, e un passante prende il posto suo… Dapprincipio è incerto se gioca o no. Il compare invece gioca: punta mille, duemila, secondo come gli pare a lui; mentre lui caccia i soldi, quello che fa la cartina, io, mettiamo gli cambio la carta, però la carta che gli cambio, gli metto quella buona al compare, e quella cattiva la mando in mezzo. Allora tu che non capisci il gioco non vedi che l’ho cambiata, e punti pure te. Ma io faccio: “Se perde te a me non me ne interessa niente”, e il compare invece insiste, no che vincemo, no che perdemo, no che vincemo, no che perdemo. “Be, alzate le carte tutt’e due”. Così il compare vince, e quello perde. Quando il gaggio ha già perso parecchio, il compare rigioca e punta mettiamo mille…” Il napoletano andò avanti per un pezzo a spiegare com’era quel gioco, e il Riccetto stava lì ad ascoltare che chiacchierava, chiacchierava, e non ci capiva una madonna. Quand’ebbe finito, gli fece: “Aòh, a moro, bada ch’io nun t’ho capito, sa! Doveressi da esse così gentile da ricomincià daccapo, sempre si nun te dispiace, eh!”

Brano tratto da "Ragazzi di vita", Pier Paolo Pasolini