Un calcio al pallone (gonfiato).
Non a Dakar.
A pochi km da Napoli, il vero giuoco del calcio.
Largamente “clandestini” per le regole del mondo, sono i ragazzi che, nel loro miglior scenario di “job act” del sopruso e dello sfruttamento, ritroviamo ai semafori.
Sono abituati al cinico rifiuto delle spazzole tergicristalli azionate tempestivamente.
Eppure, Aladino, il diciottenne senior presidente del “team”, ci accoglie volentieri introducendoci al campetto per qualche scatto.
Sono occhi buoni e gentili quelli di tutti.
E’ il momento di piccola gioia nella loro giornata.
Nessuna divisa sociale.
Dress code variabile: dalla t-shirt sdrucita al maglione invernale, dal pantaloncino ai jeans.
Fa caldo e qualcuno indossa persino un berretto.
Scarpini, quando disponibili, normali: non di quelli burlesque arancioni, rossi, blu, gialli, verdi fluorescenti che vediamo in tv ai piedi degli osannati multimilionari.
Nessuno che sputi a terra.
E’ un gesto evitato, nonostante l’assenza di 45 telecamere tra mobili e fisse.
Evitato per educazione, la poca che hanno dovuto guadagnarsi senza genitori. Per igiene.
Forse anche per rispetto del loro piccolo olimpico sterrato, polveroso.
Il verde costituito da cespugli incolti.
Due piccole porte e le bandierine del corner sono dignità.
C’è l’arbitro: tutti attenti a rispettare le regole del gioco. Rimesse, calci di punizione, viene persino fischiato un fuorigioco.
Si va ai rigori. C’è il mister, un giovanotto dal sorriso col bianco dei denti che si alterna al vuoto nero dei molti caduti.
Chi tira, chi no. Chi segna, chi no. Chi esulta, chi no.
Nessuno parla italiano (devono essere arrivati qui da poco): non credo vi siano insulti perché si abbracciano e sorridono.
Appare il loro “caporale”, un uomo maghrebino. Minaccioso, mi invita ad allontanarmi.
La spensieratezza di tutti si dilegua.
Aladino si separa dagli altri. Raggiunge la macchina e con inglese incerto e sincero ci invita a ritornare.
Era ieri.
Ieri, il calcio non giuoco, quello del mirabile business di ingaggi e diritti favolosi, scommesse, corruzione, quotidiani e rotocalchi, assedi 24h/7d televisivi e tafferugli autorizzati con possibili omicidi, quello cioè che conta e che costa (in tutti i sensi), ha reiterato se stesso con la rielezione del suo gran maestro Blatter.
Continuerà lui (o chi per lui, dopo di lui) a gestire il potente, immutato impero finanziario dell’iniquità massonica di questo detrito capitalistico che ci ostiniamo a chiamare “sport”.
Una spazzatura che si nutre non tanto dei bonari litigi e sfottò tra soggetti sani, quanto delle funzionali violenze di tifoserie addomesticate nel loro essere ultras e dei pareri di un nuovo layer tecnocratico: i “competenti” di calcio. Alcuni di essi si sono spinti oltre, appassionandosi a stati patrimoniali, conti economici e strategie di investimento di società che però sono altrui.
Dedico questi semplici scatti ai ragazzi del campetto, ai loro genitori lontani o che non hanno conosciuto.
Noi siamo un Paese “civile”: domani si vota. Molti, moltissimi elettori sono anch’essi impresentabili. Lo diranno, come sempre, le urne.