LA FOTO DI AYLAN E LA VIOLENZA DELL'IMMAGINE NASCOSTA. A COLLOQUIO CON KHALED BARAKEH

September 10, 2015  •  Leave a Comment

Non stancatevi di ricordare la foto di Aylan.

Immaginatela, per un momento, composta del suo bagnasciuga, della spiaggia e dell’insieme paesaggistico marino ma privata della fisicità di quell’inaccettabile morte innocente. Ingombrante, però, troppo dolorosa e perciò sostituita da una silhouette delimitante una forma monodimensionale di un bianco oscurante. La forma di un corpicino cancellato, censurato per non sollecitare repulsione nei delicati, suscettibili ed edulcorati equilibri di assuefatti animi “sensibili”. E dunque negare la realtà, la sacrosanta e doverosa informazione su guerre e inaudite violenze, scorie del mondo “civile”.

Immaginatela così, quella foto. Ci ritorno dopo.

Il bimbo siriano di origini curde immobile, adagiato sulle rive turche della vicina Bodrum ha fatto riflettere molto e molti adulti, non tutti.

Il dolore, lo stimolo scioccante e colpevolmente tardivo a prendere coscienza di ciò che accade si è accompagnato anche allo stupore per lo sdegno di chi si è sentito turbato, offeso dall’agghiacciante visione di quell’immagine.

Tirate fuori dalla cassetta degli attrezzi, sono salite in cattedra le ataviche ipocrisie sull’uso in fotografia dei bambini testimoni della sanguinosa crudeltà della guerra. Non di rado, corroborate dal commento di chi, pur avvertito dei contenuti impattanti ma restandone patologicamente attratto, va poi a dare volentieri sbirciatine ai meno denunciati filmati e materiali fotografici di tagliagole e pedopornografie, di gran lunga più diffusi nella galassia social.

Ho scelto di evitare la contrapposizione a quest’ipocrisia, almeno nei comodi e frustranti quanto vani battibecchi da poltrona susseguitisi su facebook eludendo il tecno-pettegolezzo provinciale e global e il consumo di popcorn da parte dei pavidi e furbi “mipiacisti”, alla corte dei cacciatori di applausi a gratis.

Aylan mi ha reso inesorabilmente consapevole della mia colpevole pochezza quale soggetto ignorante dei fatti reali nelle zone di guerra e povere del mondo e delle sofferenze di quei popoli.

Ha reso definitivo, nitido il mio concorso al suo omicidio.

Tutto accade qui, a pochi km. Non su Marte, come infine sembrerebbe dai confortevoli tg che seguo, dalle pagine lette superficialmente.

Nella ricerca di informazioni che ho attivato, ho conosciuto la produzione e la storia di un siriano che da anni vive in Europa.

Nel 2014 è stata esposta al Frankfurter Kunstverein un’installazione (clicca qui) con 5 immagini in cui i bambini vittima dell’orrore vengono di fatto “scontornati” e in pratica resi assenti dalle foto stesse che li ritraggono uccisi.

La cosa, riportata nella bacheca dell’importante fotoreporter, Francesco Zizola mi ha intimamente colpito.

L’opera è di Khaled Barakeh, un artista politicamente impegnato, in cui è ancora vivida la speranza di democrazia e libertà delineata dalla Primavera Araba.

Khaled coniuga costantemente le sue passioni: arte e politica. Da sempre, non da oggi, segue le vicende della sua terra.

Ci siamo messi in contatto e dopo qualche messaggio abbiamo chiacchierato a lungo via skype.

“La mia famiglia è originaria di quella parte di Siria storicamente soggetta a contese territoriali con Israele”, esordisce Khaled. “I racconti e le storie di quelle terre sono costitutivi per me, anche se sono nato e cresciuto alla periferia di Damasco. Sono stato da sempre immerso in fatti ed eventi politici.”

Khaled nasce pittore e si diploma all’accademia di arte di Damasco. La sua arte si sviluppa in un contesto permeato di guerra e orrori, del sangue che scorre incessantemente, delle lacerazioni e delle contraddizioni della sua terra.

“Amo la Siria, ma non sono certo un nazionalista o fondamentalista: desidero libertà e democrazia. Questo.”

Già, libertà e democrazia. E infatti Khaled partecipa alle attività di ribellione, rivoluzionarie contro la dittatura di Assad e si trasferisce all’estero per perfezionare i suoi studi. Dapprima in Danimarca dove consegue il master in arte e poi a Francoforte per una seconda specializzazione. Qui si è stabilito in modo permanente.

In che condizioni vivono i tuoi familiari? 

“Lì si crede nel valore dell’iniziativa imprenditoriale. Ci si rimbocca le maniche: mio fratello e mio padre hanno fatto forti investimenti in un’attività agricola dedicata alla coltivazione dell’olivo ma tutto è andato in fumo. Distrutto dai bombardamenti di questo tremendo conflitto”.

Ci sono state perdite?

“Fortunatamente non nella famiglia stretta, ma alcuni parenti sono stati vittime della guerra e questo, praticamente, è accaduto a ogni siriano. Seguo continuamente gli sviluppi e ho continui contatti con altri attivisti. Coltivo la mia arte che è di fatto un’arte politica.”

Cosa pensi di questo ridestato interesse europeo per le vicende legate alla migrazione della popolazione siriana e non solo?

“Quello a cui si assiste, un’amplificata attenzione verso i problemi dei popoli in difficoltà durante il loro calvario migratorio, è frutto della non conoscenza, dell’ignoranza diffusa che c’è dei fatti.”

In che senso?

“E’ in atto un re-mapping della regione medio-orientale, un’orrida guerra su cui comunque fa da sfondo la bipolare contrapposizione tra un blocco occidentale e l’altro che raccoglie gli interessi di nazioni potenti come Russia/Cina/Nord Corea/Iran. Riguardo a ciò vi è una sostanziale mancanza di orientamento e informazione nell’opinione pubblica occidentale. La gente di Siria ha perso la speranza in una rinascita: questo fa male. E’ questo che è doloroso. Le luci della ribalta di questi giorni non rappresentano nulla di nuovo per me.”

Sono evidenti le responsabilità politiche occidentali…

“Non afferisco a nessuna delle fazioni coinvolte nella guerra. Per me, conta solo il raggiungimento della libertà del popolo siriano in uno stato finalmente democratico. In questo senso, è stato un grave errore quello dei governi occidentali di non fornire sostegno alla primavera rivoluzionaria in Siria. Tanti sarebbero gli esempi da fare, ne faccio uno pratico… Solo qualche anno fa, la Svezia che ora è soffice e accogliente nei riguardi dei rifugiati, ha venduto ad Assad tecnologia internet per spiare, prevenire e fermare violentemente gli attivisti della rivoluzione. In fondo, ogni paese europeo ha un suo canale di comunicazione, i suoi interessi e traffici e un suo proprio modo di comportarsi col regime siriano.”

Naturalmente, non è immaginabile una dimensione solo siriana della questione… E’ una “guerra civile” dalle dimensioni indefinibili…

“La complessità è enorme e gli scenari di guerra si svolgono a vari livelli. Un livello internazionale, come dicevo, con la contrapposizione dei blocchi USA/Europa contro Russia/Cina/Corea del Nord/Iran.”

E poi?

“Un evidente livello regionale con molti stati come Turchia, Qatar con l’Arabia Saudita che fa da capofila in opposizione all’Iran e, infine, un livello propriamente siriano con popoli in lotta come curdi contro arabi, fazioni religiose in conflitto tra loro, ad es. musulmani contro cristiani e al loro stesso interno con l’odio tra ulteriori fazioni...”

La voce di Khaled si fa cupa nella riflessione che conduce…

“Lotte di popoli, di religione. Per 45 anni gli Assad hanno fatto in modo di evitare che ci si sentisse comunque siriani. Hanno fatto in modo di tenere sempre tutte le componenti separate e in conflitto tra loro.”

Il classico divide et impera, insomma.

“Sì e con l’aggravante che sauditi e Qatar hanno investito ingentissimi capitali per armare le parti in gioco. Intere comunità che di fronte a fattori di povertà ed emarginazione si sono affrettate a imbracciare il kalashnikov: oggi la guerra è un importantissimo datore di lavoro. Forse, la prima fonte di impiego tra quelli sufficientemente ben remunerati.”

E in questo contesto si matura anche la tragicità proposta dal nascente IS…

“Preferisco parlare di ISIS, non di IS, Islamic State. Non esiste, non deve, il concetto di uno stato islamico. Ma c’è da dire, e qui il merito va molto alle indagini giornalistiche di Der Spiegel, che l’ISIS nella sua azione in Siria si è strutturato con l’architettura sviluppata da Haji Bakr un ex colonnello dei servizi di intelligence di Saddam Hussein. Trovatosi senza lavoro dopo lo smantellamento dell’esercito iracheno da parte degli Stati Uniti, è stato lo stesso Assad a proporlo all’ISIS per favorirne l’azione progettuale di crescita ed espansione. Espansione dell’ISIS che ha contribuito a rafforzare lo stato di terrore generale con il quale Assad giustifica la dovuta sua permanenza al potere quale salvatore della Patria.”

Quindi Assad e ISIS apparentemente nemici, ma…

“Ripeto, Assad ha contribuito a creare il nemico per prolungare se stesso e il suo regime quali unici interlocutori contro l’invasione ISIS. E in questo gioco al massacro, ISIS e Assad dunque coesistono funzionalmente. Sono entrambi essenziali alla reciproca ragion d’essere.”

Parliamo dei rifugiati.

“Quello dei refugees è solo una parte piccolissima del problema. E’ quella su cui si concentrano gli occhi europei. Spesso viene messa a fuoco la questione della difesa e tutela dei confini nazionali. Invece, il problema è tutto nella regione medio-orientale. In Siria si ha bisogno urgente di una no-fly zone per eliminare i bombardamenti e l’ideazione di corridoi umani: questo occorre definirlo subito. I siriani non vogliono lasciare la propria terra e, peraltro, in media, un viaggio verso le mete europee è assai oneroso: si aggira in media, e quando va bene, intorno ai 3.500-4mila euro.”

Si discute molto sulla ridestata sensibilità occidentale alla luce delle drammatiche immagini divulgate in questi giorni. Immagini che hanno suscitato sentimenti potenti, spesso contrapposti. Persino sdegno sull’opportunità o meno di pubblicarle.

“Ma come è possibile contribuire a generare e far maturare l’opinione pubblica non mostrando fatti reali? I numeri, quelli dei morti 300, 400, quello che sia… le statistiche… ahimè, non servono a molto! Siamo abituati passivamente ai numeri snocciolati da varie fonti. Mentre i bambini uccisi sono sempre, purtroppo quotidianamente, protagonisti passivi e realmente trucidati da questo dramma: c’è la violenza reale e una violenza ulteriore, peggiore, che è quella di proibire, celare, di non mostrare la violenza reale.”

Parlami adesso della tua opera, l’installazione con le immagini in serie senza titolo che hai esibito tempo fa al Frankfurter Kunstverein. Colpisce la procurata assenza di volti, di corpi dei bimbi uccisi, sostituiti con uno spazio bianco. Quale messaggio?

“La mia serie di immagini raccolte in cui delimito la zona bianca del soggetto bambino o adolescente è insieme denuncia e provocazione contro la proibizione della divulgazione mediatica di questo dramma. I bambini uccisi, nascosti, rispondono all’esigenza ipocrita dei social media di evitare immagini ritenute raccapricciante speculazione. Ma ci sono e non si vuole vederli o si fa finta di non vederli, all’interno di una convenienza generale a non farli vedere. E’ l’omissione del reale con evidenti effetti negativi e di distorsione della formazione di una opinione pubblica consapevole.”

Ho visto sulla tua bacheca facebook una serie di immagini (1, 2, 3, 4, 5) con bimbi vittime di annegamento. Da quel che leggevo, pubblicate una settimana prima della foto del piccolo Aylan…

“Sì, è vero. Mi stavo dedicando alla raccolta di documenti fotografici reperiti sulle pagine di volta in volta online sui social media, sostenute dalle organizzazioni di attivisti e dalle stesse vittime di queste orrende migrazioni. Sono pagine create a sostegno dell’informazione sui vari passaggi e sulle condizioni di viaggio. In particolare, sono venuto in possesso delle foto di alcuni bambini annegati dopo l’affondamento di un barcone con circa 400 persone di cui solo metà sopravvissuti.”

Un barcone proveniente dalla Libia e diretto in Italia?

“Sì. Le ho pubblicate sul mio profilo e sono state viste e condivise da una moltitudine di persone. Facebook, sollecitato da qualche denuncia privata, le ha inizialmente oscurate salvo fare marcia indietro e ripubblicarle quando ho fatto presente che erano state già condivise da moltissimi altri utenti. Ho ricevuto sollecitazioni di ogni tipo: apprezzamenti, stima, forti critiche e contestazioni. Molti media mi hanno chiesto le foto originali che non potevo fornire semplicemente perché non scattate da me. Sto indagando e sto raggiungendo i titolari di quegli scatti perché per me è importante stabilire un contatto con chi fosse realmente dietro la foto. E’ importante per la mia coscienza, per la mia crescita, per il mio impegno politico e quindi comunicativo.”

In questo senso, hai fatto da apripista per la foto del piccolo Aylan. Che reazione hai avuto, vedendola?

“Sono stato triste, mi ha scioccato. Ma i media che mi stavano cercando per quelle foto da me raccolte su facebook si sono dirottati sulla vicenda Aylan liberandomi da una certa pressione e consentendomi di dedicare un tempo ulteriore alla mia ricerca. La foto di Aylan, la sua pubblicazione sono un fatto importantissimo e non è facile negare che l’opinione pubblica a riguardo si sia modificata in positivo.”

Dalle parole ai fatti. Nel mondo dell’iperfotografia melassa, una foto significativa ancora può. 


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